La follia dell’Amore e l’abisso dell’Io
La lezione di Umberto Galimberti inaugura la stagione del Teatro Luciani
A cura di Marina NOBILE
ACQUAVIVA DELLE FONTI – In un Teatro Comunale “Sebastiano Arturo Luciani” gremito in ogni ordine di posto e andato sold out a poche ore dall’apertura del botteghino, si è vissuta una di quelle serate destinate a rimanere a lungo nella memoria collettiva della comunità. Con la lectio magistralis del professor Umberto Galimberti, intitolata “Dialogo con Platone sulle cose dell’amore”, Acquaviva delle Fonti ha inaugurato ufficialmente la stagione culturale 2026-2027 del suo storico teatro intitolato al celebre musicologo e critico cittadino.
L’evento è nato dal lavoro sinergico e dalla collaborazione tra l’Assessorato alla Cultura del Comune di Acquaviva delle Fonti, la Pro Loco “Curtomartino” e la libreria Mondadori BookStore di Acquaviva.

L’avvio della serata e i saluti istituzionali
Prima di dare il via alla lezione del filosofo, la serata è stata introdotta dai brevi saluti di rito delle realtà organizzatrici. Il Sindaco Marco Lenoci e l’Assessore alla Cultura Maria Grazia Barbieri hanno testimoniato l’orgoglio dell’Amministrazione comunale per una partecipazione così straordinaria, sottolineando come l’avvio della nuova stagione del Luciani rappresenti il segnale di una comunità viva, desiderosa di pensiero e di grande elevazione culturale.
A seguire, un breve intervento di Alessandro Macchia, presidente della Pro Loco “Curtomartino”, ha ricordato la coincidenza con il trentennale della nascita dell’associazione, sottolineando la volontà della Pro Loco di affiancare alla promozione del territorio la proposta di appuntamenti culturali di respiro nazionale.
Infine, Pasquale Donvito insieme al figlio Filippo, titolari della Mondadori BookStore cittadina, hanno espresso la soddisfazione per l’organizzazione di un incontro di tale caratura, nato anche da un legame e una conoscenza personale con Galimberti che dura da oltre vent’anni – un rapporto di stima e amicizia richiamato affettuosamente anche dal professore nel corso della serata.

La parola al centro: il minimalismo in scena e la critica agli stereotipi
Quando le luci si sono abbassate e il sipario si è aperto, la scena ha rivelato una scelta stilistica improntata all’essenzialità: sul palco soltanto un tavolo e il professore in piedi. Sullo sfondo scorrevano le immagini di celebri dipinti a tema amoroso su un grande pannello visuale; eppure, quel fondale iconografico è rimasto del tutto marginale di fronte al rigore analitico e alla forza travolgente della parola di Galimberti. Tutto il “niente” della scena è stato posto scientemente al servizio del pensiero puro e dell’ascolto.
Galimberti è entrato subito a gamba tesa sul tema, intimando all’uditorio di sbarazzarsi dello stereotipo zuccheroso di “amore platonico” inteso come sentimento incorporeo, idealizzato o non consumato. Per Platone e per i Greci, infatti, questa visione è l’esatta antitesi della realtà: l’Amore (Eros) è una forza dirompente, incarnata e tragica. A tal proposito, il professore ha raccomandato la lettura del recente libro di Matteo Nucci, “Platone, una storia d’amore”, arrivato secondo al Premio Strega per pochissimi voti, utile a restituire al filosofo ateniese la sua vera carica emotiva ed erotica.
Galimberti ha poi pronunciato un monito che ha gelato e al tempo stesso risveglio la platea: «Quando la cultura si abbassa, la forza del potere aumenta». Una frase che risuona come una spinta alla resistenza civile e intellettuale di fronte all’impoverimento del pensiero critico contemporaneo.
L’Amore è Follia: la rottura dell’apparato razionale
Riprendendo sia le pagine del suo celebre saggio “Le cose dell’amore” sia i dialoghi platonici, Galimberti ha ricordato che Platone è stato l’unico ad aver compreso la vera natura dell’Amore: l’amore è follia (manía), ossia lo sconvolgimento e il collasso dell’apparato razionale.
I Greci sapevano bene che la sessualità era la forza stessa della vita e della psiche. Non a caso, nel mito antico, Eros si accoppiava con Psiche soltanto di notte, nell’oscurità. «La follia ci abita profondamente», ha spiegato il professore, «e ne facciamo esperienza tutte le notti nel sogno». Nel sonno crollano infatti le consuete regole della nostra mente: lo spazio, il tempo e le relazioni di causa ed effetto non funzionano più, e noi ci ritroviamo a essere contemporaneamente attori e spettatori di storie irrazionali.
Al risveglio, grazie ai piccoli gesti e ai riti della routine quotidiana, riusciamo finalmente a ricomporre la nostra ragione e a riprendere il controllo di noi stessi. A questo proposito, Galimberti ha richiamato una fondamentale intuizione di Carl Gustav Jung: il filosofo e psicanalista notava che, anziché parlare di Bewusstsein (“essere cosciente”, come se fosse uno stato fisso e garantito), bisognerebbe usare il termine Bewusstwerden, ossia “diventare cosciente”. La razionalità non è un possesso definitivo, ma una conquista quotidiana: un lavoro costante con cui ogni mattina riemergiamo dall’oceano irrazionale della notte per ricostruire la nostra identità.
Eppure, l’uomo moderno si illude di dominare tutto. Dimentica l’insegnamento di Sigmund Freud, secondo cui «L’Io non è padrone in casa propria», o il celebre avvertimento di Immanuel Kant, per il quale la ragione umana non è un continente solido, ma soltanto «un’isola piccolissima» circondata da un mare tempestoso e sconfinato. L’Occidente ha divinizzato la tecnica e il controllo, ignorando che la nostra parte razionale rappresenta appena una minima frazione dell’intera psiche umana.

Gli Dèi, la ragione limitata e il senso dell’Atopìa
Galimberti ha guidato il pubblico in una serrata disamina del rapporto tra ragione, divino e irrazionale. Gli antichi Greci attribuivano la follia agli dèi perché le divinità non sottostanno alle regole della logica o della morale umana; offrire loro sacrifici serviva a tenerli “buoni”, ossia lontani dalle faccende umane, preservando l’ordine cittadino.
Anche la religione monoteista travalica la logica. Pensiamo al sacrificio di Isacco chiesto da Dio ad Abramo o alle riflessioni di Kierkegaard: il divino non sta alle regole della ragione. Quando si dice «Sia fatta la volontà di Dio» — esclamazione a cui arriva persino il paziente Giobbe — ammettiamo che esiste una logica che la razionalità umana non può misurare o comprendere.
Emblematica in questo senso la figura tragica di Edipo: Re di Tebe ignaro di aver ucciso il padre e sposato la madre, quando insiste con l’indovino Tiresia per conoscere la verità, non regge l’impatto razionale della rivelazione. Si accieca ed entra nell’indifferenziato, nel territorio della follia e degli dèi. Nessun uomo può allontanare da sé la follia, perché la ragione serve solo a prevedere i comportamenti e a garantire il principio di non-contraddizione per permetterci di capirci reciprocamente. Citando poi Nietzsche («Quando l’umanità diventa gregge, vuole l’animale capo»), il docente ha evidenziato come la società contemporanea spesso non chieda di pensare, ma di ubbidire e uniformarsi, reprimendo quell’intuito genuino che anche i bambini possiedono prima di essere imbrigliati dagli schemi adulti.
Diotima, l’amore come mancanza e la metafora della perla
Per riuscire a parlare d’Amore, ha spiegato Galimberti, bisogna entrare in uno stato che i Greci chiamavano atopìa — un termine nato dall’unione tra la a privativa e topos, cioè “luogo”. Significa letteralmente essere “fuori luogo”, ovvero posizionarsi al di fuori dei confini rassicuranti e ordinati della nostra ragione.
Non è un caso che nel Simposio Socrate riveli di aver compreso i segreti di Eros grazie a Diotima, una sacerdotessa. La scelta di una figura femminile è fondamentale: mentre la mente maschile tende a essere imbrigliata in una logica analitica e calcolante, la donna possiede un’intelligenza erotica e intuitiva, capace di capire che l’amore non è un freddo concetto della mente, ma una sensazione viva che si prova attraverso i sensi.
Un altro passaggio chiave della lezione ha riguardato l’amore inteso come mancanza e privazione, e mai come possesso: «Quando ritieni di possedere qualcuno, già non ce l’hai più». Galimberti ha applicato questa riflessione alla realtà di oggi e all’educazione dei figli, mostrando come l’abitudine di inondare i giovani di regali finisca per soffocare in loro il desiderio. Se si elimina la distanza da colmare, si cancella la molla interiore che ci spinge a fare strada per conquistare una meta.
L’Amore è proprio ciò che ci rimette in contatto con la nostra parte irrazionale e con l’altro. È una forza capace di generare un “Io nuovo”, ma soltanto dopo essere discesi nella nostra profonda follia. Un processo da cui nasce qualcosa di meraviglioso come una perla: un oggetto splendido che però, in natura, si forma come cicatrice e difesa della conchiglia di fronte a una sofferenza o a una malattia. Ecco perché le “anime sterili” fuggono dall’amore: hanno terrore di perdere il controllo e la sorveglianza sul proprio Io.
Ognuno di noi deve ritrovare il proprio dèmon — la forza profonda e la vocazione interiore che ci caratterizza — e capire, come ricorda il mito platonico degli androgini divisi da Zeus, che l’uomo non è autosufficiente: ciascuno ritrova la propria verità soltanto nello sguardo dell’altro.
Un’eredità preziosa per la città
La lezione del professor Galimberti non è stata soltanto una straordinaria esposizione filosofica, ma un autentico evento di portata civile e culturale per Acquaviva delle Fonti.
In una fase storica in cui il dibattito pubblico rischia spesso la banalizzazione, vedere un teatro cittadino gremito di giovani, adulti e famiglie, fermi a riflettere su Platone, Freud e sulla natura profonda dei sentimenti umani, rappresenta un segnale di straordinaria vitalità. La scelta delle istituzioni e delle realtà cittadine di unire le forze per portare un evento di questo livello ha dimostrato che la provincia sa essere centro propulsore di pensiero alto e inclusivo.
Inaugurando la stagione del Teatro “Sebastiano Arturo Luciani” con una meditazione profonda sui confini della ragione e sulla forza d’Eros, Acquaviva ha lanciato una sfida virtuosa a tutto il territorio: riappropriarsi della cultura come spazio irrinunciabile di libertà, di incontro e di risveglio delle coscienze.
Marina NOBILE

